venerdì, 16 ottobre 2009
Angosciante fin dal primo minuto, l'ultimo film di Winterbottom ci regala uno spaccato di vita di una famiglia americana che a seguito di un evento drammatico sceglie di venire in Italia, a Genova appunto, per provare a superare la tragedia che ne ha sconvolto l'esistenza.
La vicenda incontra così una città da raccontare, una città dove la luce crea fortissimi contrasti negli stretti vicoli, popolati da varia umanità e da presenze spesso inquietanti, strade in cui il pericolo è una ipotesi sempre incombente, pur se in fondo scarsamente concretizzata. E' una città dal passato glorioso (la Superba) e dal presente in bilico fra il rumore del traffico caotico e la bellezza sfolgorante e silenziosa delle sue chiese, tra la vitalità giovanile e il passo lento e stanco dei suoi vecchi.
Il ritratto che ne fa il regista è, pur con qualche eccesso, molto concreto e vero, talmente realistico che pare mancare solo degli odori, che potrebbero completare il quadro annullando la distanza tra finzione cinematografica e realtà quotidiana.
Risulta evidente come Winterbottom sia stato incuriosito dagli ascensori e colpito dal grande numero di scooter circolanti, ma profondamente ed intimamente affascinato dal centro storico, che abilmente dipinge in tutte le sue espressioni. Non solo, anche le spiagge, il mare, non hanno nulla che suoni finto o stonato: è il mare "di Genova", delle onde veloci e pesanti che si infrangono su scogli e pietre grigie affollate di bagnanti.
Le rare concessioni scenografiche ci consegnano un film esteticamente molto distante dalla fotografia da cartolina di Soldini, per esempio. Winterbottom coglie l'essenza vera di Genova e con inquadrature strette ed abbondante uso di camera a mano, ne tratteggia tormenti ed insicurezze che rispecchiano i drammi e le paure dei protagonisti stessi. Un legame che però non amplifica le angosce individuali, ma passo dopo passo sembra aiutarci a superarle, prendendoci per mano.
giovedì, 20 agosto 2009
Se il padrone è il nemico da abbattere, la classe operaia, e con essa Gustave de Kervern e Benoit Delépine, non si ferma davanti a nulla.
Come un trattore, sordi alle consuetudini etiche che ci obbligano entro abituali confini, i due registi travolgono ogni ostacolo, scherzando con sfrontatezza e cinismo sulla morte, sui malati terminali, accanendosi con divertito gusto splatter su innocenti animali e bambini, oltre ogni limite del gusto perbenista.
Irriverente, surreale, geniale, è un film denuncia della condizione attuale, in cui la vita vissuta ai margini della società perde di significato ("è vita, questa?"), in contrapposizione allo sfarzo spietato e freddo di chi muove lontane piccole pedine per aumentare il proprio capitale.
Quando la forbice si allarga a dismisura, e neppure l'essersi piegati fino ad arrivare a trasformare se stessi nel disperato tentativo di sopravvivere dà risultati, solo le pistole di un killer artigianale e poco credibile sembrano poter dare soddisfazione.
Contemporaneamente, l'improbabilità delle vicende raccontate ci consente di ridere fino alle lacrime per un film straordinariamente divertente, costellato di spunti comici a cui è impossibile resistere, un film ironico ed intelligente, di grottesca denuncia, forse non a caso realizzato in quella Francia che ha visto nell'ultimo anno molti contrasti aziendali risolti tramite poco ortodossi rapimenti di manager. Ma al cinema si esagera sempre un po', si sa.
"Ora che sappiamo che i ricchi sono dei ladri, se i nostri padri e madri non riusciranno a bonificare la terra, quando saremo grandi ne faremo noi carne macinata".
venerdì, 07 agosto 2009
Il racconto di una radio "pirata", una di quelle che nel 1966 al largo della Gran Bretagna trasmetteva musica pop e rock 24 ore su 24, contro le due ore di programmazione settimanale della BBC, non è solo il pretesto per riascoltare brani indimenticabili, ritmi coinvolgenti, storiche ballate. Con la musica esplode la ribellione, l'anticonformismo, l'ostinata resistenza alle istituzioni che cercano in ogni modo di far tacere le voci di mitici dj.
E' una divertente e scatenata commedia sull'onda dei ricordi, perfetta per le ingrigite malinconie di chi ha lo sguardo sempre fisso alla propria giovinezza. Ma è anche la confortante riprova che le inutili regole dell'autorità costituita possono solo vanamente tentare di arginare libertà spesso innocenti. Il cammino delle masse, il fluire della storia non può essere interrotto. La musica non si ferma. La rivoluzione, non si ferma.
mercoledì, 04 marzo 2009
Se pensate che quei tempi non possano tornare, se pensate che quel passato sia morto e sepolto, che viviamo in democrazie mature, solide, inattaccabile dal germe della autocrazia, della dittatura, se siete convinti di tutto ciò, questo è il film che vi serve. Minerà le voste convinzioni, instillando insicurezza, facendo germinare il sano seme del dubbio.
La storia, che già ispirò il romanzo The wave del 1981, accadde realmente nel 1976 a Palo Alto e viene qui ripresa ed ottimamente calata nella attuale realtà tedesca dal regista Dennis Gansel, che ha realizzato un lavoro convincente ed appassionante, dal ritmo incessante e dal forte impatto visivo, e con una straordinaria capacità di mostrare una trasformazione impercettibile nel breve periodo ma sconvolgente nel suo complesso.
Imperdibile. Tutti dovrebbero vederlo e - magari - aprire gli occhi.
[sito ufficiale]
giovedì, 08 gennaio 2009
Cosa accade quando la tua terra, la terra di tuo padre, rischia di essere sacrificata alla ragion di stato? Difficile digerirlo. E se lo stato non è il proprio, ma quello confinante? ed è Israele? e lo scomodo ed incombente vicino è il suo ministro della difesa?
Un piccolo film diventa così paradigma di una situazione sempre attuale, e ancor più in questi giorni drammatici.
La trama, di per sè esile, viene abilmente trattata sviscerando ogni rapporto, ogni piccolo particolare umano e psicologico, dipingendo accuratamente sentimenti e relazioni. I temi diventano così molteplici: il legame con la propria terra ed i propri affetti di cui restano pochi ma intensi ricordi, il desiderio di indipendenza delle donne (che nei conflitti appaiono spesso come l'unica speranza, l'unica via possibile, purtroppo inascoltata), il loro coraggio, la loro modernità contro superficiali tradizioni maschiocentriche, l'ottusa obbedienza militarista che non ha occhi per le persone, inflessibile e stupida, l'insensata diffidenza e paura per l'altro, per lo straniero, che diventa un pericolo a prescindere dagli atteggiamenti e dalla volontà di esserlo, le persone calpestate ed offese in nome di sbandierate necessità di sicurezza nazionale, i muri che dividono ed impediscono le relazioni umane, acuendo i conflitti invece di pacificare i popoli, muri che in fondo (come già nel film La Zona) imprigionano le stesse persone che li ergono a difesa.
E' questa la via per la sicurezza? sono i muri? è la militarizzazione? sono le bombe?
lunedì, 29 dicembre 2008
Molto bello, appassionante, forte. Nel drammatico racconto della lotta contro l'inevitabilità del destino tracciato dai nostri luoghi di nascita, il film ritrae la sorda indifferenza istituzionale, mostrandoci la concretezza di vetri antisfondamento contro cui si infrangono le parole e le teorie di conferenze sui paesi in via di sviluppo. L'integrazione è illusoria e superficiale, il segno profondo è quello che resta delle torri gemelle.
La colonna sonora è rappresentata da melanconiche sonate al pianoforte e vibranti tamburi africani, un contrasto non solo musicale, ma anche frutto di un modo di interpretare la musica e in fondo la vita, fra schemi misurati ed istintiva passione.
E' anche, e potremmo dire soprattutto, un racconto di amori interrotti, impossibili, distanti, divisi, lungo il filo rosso dell'ospite che percorre luoghi e mondi diversi e forse, nonostante possa capitare di attraversarli, impenetrabili.
venerdì, 24 ottobre 2008
Me ne devo ricordare, quando sento parlare male del cinema italiano. Perché esistono film deliziosi, e Pranzo di ferragosto, opera prima di Gianni Di Gregorio, è uno di quelli.
E', come spesso accade, un film minimalista, piccolo nella storia, nel tempo e nello spazio, perché l'azione si svolge in un paio di lenti giorni di un accaldato ferragosto romano e quasi completamente all'interno di una casa che conserva gelosamente i segni dei fasti di un tempo. Piccolo anche nella scelta delle attrici non professioniste che ruotano attorno al protagonista/regista, quattro adorabili vecchiette che più che recitare portano sullo schermo tutte loro stesse o forse la caricatura di sè.
Ma è un film grande, grandissimo nella cura dei dettagli e dei tempi, nella creazione e riproposizione dell'ambiente familiare, nella capacità di entrare subito in sintonia con il pubblico, nei dialoghi e negli atteggiamenti di irresistibile simpatia del terribile quartetto. Su tutte svetta, sin dalle prime battute, la 93enne Valeria De Franciscis.
E' una commedia lievemente amara, velata da un cinismo che tocca una punta sgradevole solo nel finale, quando una scelta diversa ci avrebbe condotto, a mio parere, verso una conclusione più ottimista e consolatoria, conclusione che giunge poi improvvisa e brusca ad interrompere una bella emozione.
giovedì, 04 settembre 2008
Il nuovo film d'animazione della Dreamworks è una gradevolissima favola morale che si rivolge naturalmente ai più piccoli, ma come spesso accade risulta godibile a tutte le età.
Il meccanismo comico dell'impaccio è classico e consolidato, e funziona sempre molto bene. Oltre a questo, le risate nascono anche dal buffo contrasto fra un corpo da antieroe e le movenze da maestro di kung fu.
Il tema di fondo va oltre la semplice trasformazione fisica del panda, la crescita è soprattutto interiore, fondata su di una consapevolezza che è alla portata di tutti, il che indubbiamente favorisce l'immedesimazione da parte dello spettatore bambino, anche del più pigro ed impacciato, e magari, male d'attualità, obeso.
Particolarmente vincente anche l'idea di trasformare un punto di apparente debolezza in leva positiva nel percorso del protagonista, percorso che ognuno può così parametricamente immaginare come proprio.
Dopo un primo tempo che arriva un po' stentatamente al termine, fra insuccessi e titubanze fin troppo rimarcate, è nel secondo che il film dà il meglio di sè, sia dal punto di vista dell'animazione, che dell'elaborazione narrativa e sviluppo dei temi trattati. Qui gli interessanti spunti trovano compimento, lasciandoci infine avvolti in pensieri profondi vestiti di una preziosa leggerezza.
lunedì, 09 giugno 2008
Per una volta non una recensione ma una sensazione.
Uscendo dal cinema ho sentito il rumore di uno scooter e per un lungo attimo ho temuto che il passeggero impugnasse una pistola.
Più di tante parole, questo la dice lunga su quanto il film di Garrone sommerga completamente di una realtà che lascia attoniti e spauriti.
venerdì, 23 novembre 2007
Il nuovo lavoro di Fatih Akin, già regista de La sposa turca, è un film circolare, molto articolato e ben strutturato, in cui gli eventi e le persone si rincorrono costantemente, si sfiorano, si attraversano spesso con effetti devastanti.
Gli incontri realizzati o mancati sono improntati alla più sfacciata casualità, a coincidenze a volte troppo insistite, tanto che, piuttosto che trovarci ai confini del paradiso, spesso si ha la sensazione di essere ai confini della realtà.
A parte questo aspetto che può risultare fastidioso, è un film appassionato e coinvolgente, con molti riferimenti concreti agli aspetti sociali e politici che ruotano intorno alla comunità turca in Germania e all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Fra Istanbul e Brema viaggiano speranze che spesso tristemente muoiono.
Anche la scelta, discutibile, di annunciare in anticipo una morte non spezza la tensione, che anzi da quella soluzione viene aumentata, lasciando sospesa nell'aria la tragica attesa di una fine che giunge poi sempre improvvisa e violenta. Il filo conduttore è il dolore, gli amori diversi ed i contrasti generazionali, politici e religiosi, sono gli strumenti per raccontarlo.
Il paradiso, la felicità è sempre un po' più in là o, come dice il titolo originale, dall'altra parte. Oltre il confine, oltre le barriere, oltre il vetro ed oltre i muri, non lontano da noi, ma spesso irraggiungibile.
mercoledì, 14 novembre 2007
Dopo aver incontrato Buy ed Albanese ed aver visto girare alcune scene, la visione del film di Soldini era dovuta.
La lunga attesa e la curiosità crescente hanno però forse contribuito ad alimentare un po' di delusione.
La trama è piuttosto banale e costellata da eventi prevedibili, articolandosi fra drammi sociali che diventano familiari, immancabili contrasti generazionali e reazioni stereotipate. Lo svolgimento è alquanto piatto, manca una vera evoluzione drammatica. Il livello di tensione è elevato, ma appare tutto sommato costante rispetto ai cambiamenti che vengono raccontati. Anche la recitazione, che pure restituisce bene il profondo senso di insicurezza e di disagio vissuto, non trasmette la progressività del dramma, il disperato scivolamento verso il basso di vite sconvolte.
Tecnicamente, l'uso della camera a mano mi è parso approssimativo e la qualità audio della presa diretta non sempre all'altezza. Anche l'attenzione alla coerenza linguistica lascia alquanto a desiderare.
La fotografia infine è quasi stucchevole nel regalarci una Genova di toccanti tramonti, traffico lento e tetti grigi, di ripetute immagini della lanterna, di cieli opachi e nuvole incombenti. Soprattutto nuvole, insomma.
lunedì, 22 ottobre 2007
Sono entrato senza convinzione e sono uscito decisamente perplesso. L'impegno civile tanto decantato resta un sottile e banale filo sullo sfondo di una vicenda confusa, e forse volutamente, per nascondere una trama troppo esile. La storia tarda a svelarsi, si ha l'impressione che la cronologia degli eventi venga mescolata per dare struttura ad un film che ne è privo.
La vera tensione è data dal montaggio, dalla centellinata proposizione dei tasselli necessari a comprendere i ruoli e la vicenda raccontata. Una volta compresa, rimane la sensazione di non aver ricevuto nulla.
L'interpretazione di George Clooney mi è parsa ben lontana da possibili nomination, l'espressione immutabile nonostante gli avvenimenti che dovrebbero cambiarlo, nessuna traccia del tormento interiore che pure dovrebbe essere al centro di etici mutamenti. Meglio, decisamente meglio Tom Wilkinson, forse l'unico personaggio che va un poco al di là di un superficiale tratteggio.
giovedì, 11 ottobre 2007
L'angoscia ci assale sin dalle prime scene e neppure l'ultimo fotogramma riesce a restituirci un po' di serenità.
Splendidamente recitato, coinvolgente e commovente, forse con qualche lentezza di troppo, è un film che va dritto alle viscere, struggente come solo il pianoforte sa essere, quando vuole essere struggente.
E' una trama che colpisce le corde giuste, le fa vibrare in una totale assenza di allegria, dove anche gli attimi di felicità sono velati da malinconie e pesanti ricordi. E' un racconto sul filo del rimorso, un vano ritorno sui propri passi, un'esistenza disperata e disperante.
Un film cupo ed intenso, che ci restituisce il tormento e la follia di un musicista, ma soprattutto di un uomo.
lunedì, 08 ottobre 2007
Si vive e si lavora alla giornata, in questo mondo senza regole, in cui si elemosina un impiego qualsiasi, abbandonando le proprie origini, accantonando le proprie capacità professionali, svendendo la propria dignità.
Sottopagati, sfruttati, spesso ricattati, trovano lavori precari e conducono vite precarie. Fuggono da paesi dove povertà e guerre hanno tolto ogni speranza. Liberi di viaggiare, di circolare, di essere merce, caricata e stipata su pulmini che conducono ai luoghi di lavoro. Ingranaggi insignificanti e muti, necessari alla produzione, arricchiscono poche, pochissime persone che restano nell'ombra, dietro i vetri di macchine costose e lucidissime.
Il contrasto fra la protagonista e suo padre è il cuore del film: rende esplicito il dubbio se il lavoro, ancorché precario, sia comunque un'opportunità o se sia invece sfruttamento, e quali possano essere le prospettive a lungo termine di questo processo di competizione verso il basso, di lotta fra deboli.
Come spesso accade nei film di Ken Loach, il futuro è incerto e le domande restano sospese nell'aria, senza risposta.
giovedì, 14 giugno 2007
L'opera prima di Henckel von Donnersmarck racconta la Berlino Est del muro attraverso le vicende simbolo di un agente della Stasi ed una coppia di artisti, il primo alle prese con un'intima trasformazione, i secondi fluttuanti fra il desiderio di libertà e le necessarie costrizioni del regime.
Osannato da critica e pubblico, a me è parso un film di buona fattura, sorretto da alti livelli di drammaticità e recitazione, rigoroso nelle immagini e nella ricostruzione ambientale.
Meno convincente il sottile filo morale che ne attraversa la trama, fatto di silenziosi rimorsi solo parzialmente giustificati da fatti concreti o credibili. La sonata per pianoforte che risveglia le coscienze individuali accompagna un'etica che appare inserita in maniera un po' artificiosa, come a voler contrapporre uomini buoni e uomini cattivi e dare ai primi una possibilità di salvezza, quella possibilità magari negata in passato, dalla vita reale.
giovedì, 17 maggio 2007
Pochi minuti possono esser nulla, nel lungo percorso di una vita. Ne trascorrono a migliaia, inutilmente, chiusi in una cella di una prigione.
Ma ci sono momenti che possono rappresentare uno spiraglio importante, forse decisivo, per chi vive in bilico fra speranza e disperazione.
Quattro minuti è un film emozionante, duro, di forti passioni, di contrapposizioni, di fragilità e violenza, di debolezza e forza, anche se capita di ritrovarsi a chiedersi chi è veramente debole e chi è forte, al di là delle apparenze.
Un film dove amore e morte sono più spesso sfiorati che sviscerati, eppure aleggiano continuamente. Un film sempre sospeso fra passato e presente, intriso di inquietudini e pochi sogni, di libertà cercata e insistentemente negata, un film dove il contrasto fra monotono rigore e folle creatività fa da appassionante colonna sonora e la cieca volontà distruttiva si piega a fatica al fascino dell'armonia e la genialità dell'arte.
lunedì, 11 dicembre 2006


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La nuova creatura sta nascendo e si chiamerà Elsa.
E' il nuovo film di Silvio Soldini, le cui riprese sono iniziate da un paio di settimane a Genova.
Dopo un primo incontro casuale in libreria con Albanese e la Buy, mi sono imbattuto in vari set allestiti in città.
Vi regalo l'anteprima di una scena.
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lunedì, 20 novembre 2006
Ogni nuvola proietta la sua ombra
Alejandro Gonzalez Inarritu esercita ancora una volta l'arte di strizzarci il cuore e ci riesce benissimo, con un film che è una commistione di linguaggi ma soprattutto di sofferenze consequenziali, la dimostrazione di come una tragedia possa percorrere migliaia di km ed influire sulle vite di persone di tre continenti.
Al di là però della semplice sequenza di cause ed effetti, l'osservazione sulla propagazione del dolore è arricchita da riflessioni ben più profonde.
I diversi piani delle vicende si intrecciano, scoprendo i mali comuni dell'incapacità o impossibilità di comunicare, della violenza come frutto di stupidità e ignoranza, delle fratture fra un mondo ricco e tecnologico ed uno dalle poche risorse.
Il film, che si avvale di un'ottima fotografia, è sempre scorrevole ed acquisisce, via via che le storie si compenetrano, un ritmo più serrato ed una espressione più omogenea.
In fondo, resta l'amara ed involontaria considerazione che, pur nella cattiva sorte, la scia prodotta dal male sembra distruggere le vite dei più poveri mentre sostanzialmente soltanto scalfire quelle di chi ha i mezzi, culturali o economici, per salvarsi. Il dolore a lunga gittata centra solo alcuni bersagli.
lunedì, 13 novembre 2006
Ritorna Ken Loach, e ritorna a darci pugni nello stomaco. Ci parla di un drammatico periodo della storia irlandese, della lotta per l'indipendenza e della successiva dolorosa guerra civile.
E' un racconto poco lineare e solo in parte schierato, un film corale in cui la comoda identificazione con i buoni contro i cattivi è possibile solo finchè l'oppressione inglese non lascia il passo ad una tregua dalle diverse interpretazioni. In questo Loach non ci guida, non indica la strada e non suggerisce la soluzione, perché soluzione non c'è. Da ciò, forse, il disagio che ci resta, il senso di stordimento e confusione che ci accompagna uscendo dalla sala, non giustificato solo dalla crudezza di alcune scene.
Chi ha visto il Michael Collins di Neil Jordan forse ne ricorderà le sensazioni positive, frutto di un'epica in parte forzata. Qui siamo lontani da quelle certezze, ed abbandonati alle nostre angosce, che si riflettono nei drammi anche privati dei protagonisti.
Come suggerisce il verso originale della ballata che dà il titolo al film, The wind that shakes the barley, più che accarezzare dolcemente l'erba, questo vento scuote l'orzo e le nostre coscienze.
martedì, 04 luglio 2006
Il passato ritorna sempre ad invischiare le vite di quattro fratelli, ostacolandoli nella costruzione di un futuro sereno e libero, nello sviluppo le proprie passioni, nella trasformazione della propria condizione.
Oltre che dalle scelte fatte o subite, l'aspirazione a migliorarsi è contrastata dalla realtà di un sud muto, chiuso nei propri schemi, bloccato da poteri paralleli e dalla malavita.
La terra così non è solo un appezzamento ereditato cui dare destinazione, ma il simbolo che ci lega per tutta la vita, cui ci sentiamo di appartenere e di cui sentiamo il richiamo forte ed insopprimibile.
Il film racconta un meridione fatto di soleggiata lentezza, eloquenti silenzi e rassegnata desolazione. Significativo il fatto che l'unica difficile allegria emerge all'interno di un'associazione per disabili, quantomeno finché restano isolati nella propria comunità.
Ben costruito e con una buona tensione drammatica, La terra vede uno straordinario Sergio Rubini svettare con decisione in un cast in cui per contro è inequivocabilmente fuori luogo Emilio Solfrizzi, una macchietta da sitcom che anche nell'interpretazione più tragica muove alla sommessa risata il pubblico.
mercoledì, 26 aprile 2006
L'opera prima di Massimo Andrei è un film piacevole, una divertente commedia velata di tracce amare, infarcita di filosofia spicciola e saggezza popolare, tipicamente napoletana, una finestra sul variopinto mondo omosessuale e trans, sulle sue contraddizioni e difficoltà di espressione ed accettazione.
Molti sono i riferimenti e le citazioni più o meno evidenti, Almodovar è sempre dietro l'angolo e Fellini si rivela anche in maniera palese. Ottimi tutti gli attori ed interessante Vladimir Luxuria, con un ruolo con elementi fortemente politici ed in qualche modo premonitori.
Nella prima parte ha il sopravvento un'allegria colorata che spezza il film in un susseguirsi di scene un po' slegate, dai ritmi differenti, alcune delle quali quasi con un taglio da spot pubblicitario. Lo scontro con il machismo, appena accennato, irrompe poi improvvisamente dando più sostanza ed omogeneità.
Per molti versi si tratta di un film semplice, a tratti ingenuo, forse volutamente. Per esempio, era proprio necessario dare quel nome al protagonista? Un trans che si chiama Desiderio... non c'era altra scelta?
giovedì, 13 aprile 2006
L'altroieri sera, accantonata la par condicio, raidue ha trasmesso il trailer del Caimano. Ora è la volta di dare via libera a Mater Natura, il film con Vladimir Luxuria.
La kultura komunista si sta riappropriando dei media.
lunedì, 27 marzo 2006
Prima di tutto è un bel film, forse uno dei migliori di Nanni Moretti, un film contemporaneamente profondo e divertente sulle crisi, la crisi del cinema, la scarsa indipendenza ed intraprendenza di produttori e distributori dall'occhio sempre troppo attento a facili incassi e la crisi della famiglia e la difficile gestione dei nuovi rapporti che si creano.
Nella rappresentazione ironica di questi malesseri, Silvio Orlando, che solitamente non amo perché sempre troppo uguale a se stesso, trova nuovo smalto ed è protagonista di alcune indimenticabili scene simbolo che portano a ridere di gusto. Ottimi e perfettamente calati nella parte tutti gli altri attori e registi chiamati a partecipare.
C'è poi l'aspetto politico, che è quello di cui si sente parlare ovunque. Da questo punto di vista è un film forte e diretto, pur se l'elemento di denuncia è di fatto superfluo, come viene anche direttamente esplicitato: "a che serve raccontarle queste cose, sappiamo già tutto". Vederle descritte sullo schermo, però, suscita comunque reazioni, e la prima volta che Berlusconi viene apertamente nominato si avverte un senso di disagio.
E' naturalmente un film schierato, una interpretazione sugli avvenimenti di questi ultimi anni, con lo sguardo preoccupato al futuro che ci attende, magistralmente rappresentato dal cupo finale.
martedì, 31 gennaio 2006
"Succede, in una partita di tennis, che la palla colpisca la sommità della rete e per una frazione di secondo possa andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna, va oltre e vinci. Ma può non andarci, e perdi."
E' il teorema che Woody Allen svolge nel suo ultimo film, parlandoci del fato e del suo ruolo, di quanto fortuna e sfortuna pesino nelle nostre vite e anche, in fondo, del fatto che quello che ci appare come bene e bello può rivelarsi in realtà male e la peggior scelta per noi.
La tesi è affascinante, ma lo svolgimento lascia molto perplessi già a partire dalla frase-simbolo del film. Chi conosce un po' il tennis sa bene che non esiste una palla che può farti vincere o perdere, perché se sbagli un match point hai sempre ancora la possibilità di vincere la partita.
Di questo invece non c'è traccia nel film, che anzi nell'avvincente finale esprime piuttosto la disperazione di chi si ritrova ad imboccare una strada senza ritorno e, per quanto si sforzi, vede i suoi tentativi impietosamente frustrati. Non c'è una reale e completa via d'uscita. La rete, più che dividere un campo da tennis, imbriglia l'agitarsi senza speranza di chi ha superato il punto di non ritorno.
Formalmente, Match Point è molto ben recitato e la fotografia è splendida. Ma l'eccesso di sfarzo e l'ostentata bellezza è la caratteristica principale della prima parte del film, che risulta perciò poco convincente fino al precipitare dalla commedia alla tragedia. In sintesi, un inutile lungo preludio ad un buon finale.
mercoledì, 18 gennaio 2006
"In questo mondo non esiste nessuno che sia perfetto, signora."
L'affermazione non è nuova, ma la spensierata allegria di "A qualcuno piace caldo" è ben lontana. Fortunatamente gli imperfetti di questo mondo si macchiano quasi sempre di peccati meno gravi di quelli che Park Chan Wook ci racconta nell'ultimo film della sua trilogia della vendetta, dopo Mr.Vendetta e Old Boy.
Un po' confuso e frammentato nella prima parte per i continui rimandi temporali con i ricordi della vita in prigione della protagonista e delle sue compagne di cella, il film si concentra poi sulla tremenda vicenda che riguarda Geum-Ja, una ragazza nello stesso tempo vittima e carnefice, dolce e spietata. Già dagli affascinanti titoli di testa, il contrasto è reso cromaticamente dal bianco della neve e dal rosso del sangue, di cui come al solito il regista non è avaro: l'aspirazione ad essere pura (be white, live white - sii pura, vivi nel candore) si specchia catarticamente in generosi laghi di sangue. Anche le bellissime e delicate musiche della colonna sonora (Vivaldi) fanno da continuo contraltare alla violenza delle immagini.
Il tragico epilogo è emotivamente durissimo, soprattutto per noi occidentali per i quali la rappresentazione della violenza subita dai bambini è un tabù decisamente più osservato, ma l'improbabile situazione ed alcune battute surreali riescono a smorzare la tensione. In questo, Park Chan Wook è geniale e pienamente nel solco di Takeshi Kitano.
martedì, 03 gennaio 2006
"Non mi va di lavorare: è roba da coglioni"
Nella vita comprata alla giornata da due ragazzi che vivono ai margini della società, irrompe la nascita di un figlio.
Ai fratelli Dardenne, grazie anche all'interpretazione convincente della coppia di attori, bastano pochi fotogrammi per delineare l'ambiente e le diverse sensibilità dei due protagonisti: mentre la madre appare da subito più responsabile, la coscienza della paternità si concretizzerà solo dopo essere passata attraverso il punto più basso, la monetizzazione del bambino.
E' un film di precarietà, di disperazione, di colpe e di espiazioni. E' un film duro, asciutto, semplice nello svolgimento, in cui la linearità dei contenuti è coerentemente abbinata ad una forma fatta di essenzialità, attraverso l'uso della camera a mano che segue da vicino gli attori e l'assenza della colonna sonora, idealmente sostituita dal ricorrente rumore del traffico di una strada dove simbolicamente tutti sfrecciano ad alta velocità, noncuranti ed insensibili a piccoli e grandi drammi.
martedì, 27 dicembre 2005
"Anche gli animali e le piante possono essere violente, ma la differenza è che noi siamo le uniche creature nell'universo che possono immaginare cose che non esistono. Ciò ci mette in una situazione assolutamente frustrante: possiamo immaginare un mondo senza violenza, dove tutti i desideri sono pienamente realizzati, dove tutti vivono in pace... ma non possiamo ottenerlo."
David Cronenberg
I mostri non sono soltanto quelli che, nascosti nel buio, turbano i sogni dei bambini, ma soprattutto quelli che arrivano da lontano a sconvolgere la nostra serenità, e quelli che si nascondono e sonnecchiano dentro di noi, sempre pronti a rivelarsi ed esplodere inaspettatamente per distruggerci.
Il ritorno di Cronenberg va molto al di là del semplice racconto violento. La storia del titolo non è solo la narrazione del presente ma il vissuto che ognuno è inevitabilmente destinato a portare con sè, con disperata rassegnazione.
Il film, ben diretto e recitato, è attraversato da una tensione costante, inframmezzata da improvvise accelerazioni splatter e la solita attenzione morbosa verso sangue, ferite e cicatrici.
Ancora una volta Cronenberg ci parla di violenza e di trasformazioni, ma in questa occasione la mutazione non è fisica ma morale. E' una metamorfosi difficile, l'aspirazione ad una vita tranquilla e senza odi, il sogno americano che inevitabilmente si infrange contro i fucili riposti negli armadi.
martedì, 13 dicembre 2005
"La gente si rassegna al mal di piedi ma la vita ha in serbo di meglio"
Bell'esordio per Miranda July, che costruisce una commedia corale incastrando i ritratti di una decina di personaggi.
Due di questi forniscono la cifra del film: "me", la regista stessa, che ricorda la leggerezza di Amélie, incontra "you", un John Hawkes che ha i tratti del Robert Carlyle di Ken Loach.
Questa insolita commistione contagia le vicende di tutti i protagonisti, dando origine ad un racconto lieve ed ironico ma mai superficiale, in cui anche i drammi mostrano il loro lato umoristico.
L'originalità e gradevolezza della narrazione viene realizzata anche tramite il ribaltamento operato fra adulti e bambini. Grande merito va dato a Miranda July per la capacità di portare all'estremo questo capovolgimento, mostrandoci sempre con la consueta delicatezza una sessualità rovesciata, solo immaginata dai grandi e variamente vissuta invece dai più piccoli.
E' un'infanzia che cresce in fretta, bruscamente, che ha atteggiamenti più responsabili di quelli di adulti che spesso, nascondendosi dietro uno schermo, fuggono una realtà che sono incapaci di affrontare.
sabato, 10 dicembre 2005
Un film da assaporare senza fretta, come un buon bicchiere di vino, da gustare abbandonandosi al cuore e rinunciando a trovare spiegazioni razionali.
La consueta lentezza di Jarmusch è la cornice ideale per personaggi improbabili e situazioni paradossali, e permette di cogliere ed apprezzare i particolari di cui il film è ricco, seguendo il vano viaggio circolare di Don Johnston, interpretato da un Bill Murray con lo sguardo costantemente perso nel vuoto, specchio di un'apatia che s'è impadronita di un dongiovanni in declino.
Accompagnato da una bella colonna sonora, Broken flowers è avvolto da una comicità surreale ed intelligente, sottilmente pervasa da una vena malinconica che non impedisce però di sorridere di gusto.
Un film con il pretesto del giallo in cui domina il rosa, che alla fine ci lascia una convinzione in più: il passato è perduto, a che serve rincorrerlo?