Servire la patria è un onore. La propaganda fascista ha riempito i muri di slogan, lo ha fatto tanti anni fa, continua a farlo oggi, mutatis mutandis.
E la retorica vuole che non ci si possa opporre, non si debba sollevare eccezione alcuna, pena l'essere additato come elemento dallo scarso attaccamento alla nazione, nel migliore dei casi.
Chi non canta l'inno è messo all'indice, da qualche tempo. Nessuno si tiri indietro, tutti uniti intorno alla bandiera, tutti a difendere il tricolore.
Poi accade che salti per aria un po' di gente, e si faccia la conta dei morti. E sgranando il rosario ci si accorga che sono tutti del sud, questi volontari professionisti, questi eroi difensori della nostra libertà, questa carne da macello figlia della disoccupazione. Questi nostri fratelli sono tutti meridionali, così come gli americani sono sempre afro-ispanici.
Nel frattempo, i signori della guerra muovono le pedine dalle retrovie, spostano contingenti da qui a là, sfilano a testa alta tronfi d'orgoglio nazionalista. E pontificano di doveri. Di solito altrui.