Qualche settimana fa, mentre pedalavo per le strade del centro, sono stato apostrofato da un tizio (a dire il vero poco equilibrato all'aspetto) con un irriverente "Gi-mon-di, Gi-mon-di!".
Lunedì scorso, un tranquillo vecchietto che attendeva l'autobus, vedendomi passare in bici, mi ha incitato con un "Vai Bartali!".
Questo doppio episodio mi ha mosso a riflessioni su quello che siamo e quello che sembriamo, su come ci vediamo e come siamo visti. Non certo perché banalmente possa sembrare Gimondi o Bartali, ma nella misura in cui il mio essere ha mosso qualcosa nell'altro, evocando un'immagine, un ricordo.
E allora, sempre per salti mentali, è un po' come quando, invece di essere giudicati per quanto facciamo, ci si dice sei come questo o quello, sei come mio padre, come il mio ex, parli come mia sorella, ti comporti come mia madre.
Al di là di quanto sollecitiamo nelle menti altrui, probabilmente ci piacerebbe invece essere considerati per quello che siamo, per la nostra unicità, e mentre ascoltiamo quelle parole, ci guardiamo dentro e ci vediamo diversi, sentendoci forse un po' incompresi.






Sciopero degli spazzini (oh, bè, io li chiamo così, posso?). Appelli su tv, giornali, pannelli stradali a limitarsi nel conferimento... ehm, ma se poi dico "conferimento", tanto vale dire "operatori ecologici"... vabbè, dicevo, appelli a limitarsi nel conferimento dei rifiuti, per quanto possibile, onde evitare di accatastare spazzatura per le strade, riproposizione in miniatura della situazione campana.
tiene un giorno di più la spazzatura in casa perché puzza, si indigna davanti alla televisione guardando i cumuli di rifiuti a Napoli, spende una lacrima sull'immagine deturpata del nostro bel Paese e poi esce di casa, nel suo quartiere bene della sua città pulita del civile nord, con il suo solito sacchetto, per abbandonarlo sul bidone o nei suoi dintorni, mugugnando per lo sciopero.