Mi piace la mia macchina. E' comoda, è spaziosa. Posso trasportarci la bici, quando è necessario, anche facendola entrare dalle porte posteriori. Il bagagliaio è così ampio che quando faccio la spesa devo sistemare bene le borse, perché non si rovescino e lascino vagare il contenuto ovunque.
Consuma poco, soprattutto quando viaggio senza fretta fuori città, buona musica che mi accompagna, rilassato, quinta marcia e poggiatesta a sorreggere i miei pensieri. Rilassato, non distratto. Mi sento protetto, in quel guscio, con ABS, airbag e cintura di sicurezza a trattenermi.
Se posso, tengo i finestrini completamente aperti, altrimenti è l'aria condizionata a darmi sollievo.
Quando mi fermo, al minimo è talmente silenziosa che non capisco neppure se è ancora accesa.
Nelle manovre il servosterzo mi consente di parcheggiarla anche in spazi ristretti senza sforzo. A volte uso il comando interno per muovere lo specchietto laterale destro, se da quel lato ho ostacoli bassi e pericolosi, tipo sporgenze nel muro o panettoni.
Quando con il telecomando la chiudo lampeggia tre volte, quasi a salutare. Ancor più, quando torno a prenderla, la apro premendo il pulsante a distanza e la luce interna si accende, come ad invitarmi a salire.
Ho guidato tante macchine. Ho imparato su una Cinquecento, o Cinquefette come dicevamo a Genova. Ci pensavo ieri sera, durante lo show faraonico organizzato dalla Fiat.
Mi ricordo che dovevo tenere le gambe larghe, per non toccare il volante con le ginocchia. E quanto mi pareva difficile, le prime volte, coordinare i gesti per fare la doppietta, per scalare senza grattare. Era il più fastidioso dei rumori, fra il frullare rapido in marcia, il borbottìo incostante al semaforo e l'asmatico ansimare, dopo aver tirato l'aria, alla messa in moto.
Ma aprendo la capote si poteva guardare il cielo.
Ormai non c'è più, rottamata, appartiene al lontano passato. Persa, come i vent'anni.